Hay Fever e l’arte di sentirsi sempre protagonisti

A Londra, Christine Baranski e Richard E. Grant danno nuova vita a una commedia fatta di ego, apparenze e follia perfettamente educata.

Ognuno di noi, almeno una volta nella vita, prova la sensazione di vivere main character moment: passeggiando per strada, al centro di una discussione, o semplicemente seduti a osservare il mondo con la perfetta colonna sonora nelle cuffie. Un brivido per il quale un nostro gesto, una parola, un particolare contesto in cui ci troviamo ci sembra parte di una sceneggiatura e il mondo diventa d’un tratto il nostro grande palcoscenico.

Ora immaginate una famiglia decisamente artistica, i Bliss: David scrittore, Judith attrice ormai ritirata dalle scene, Simon pittore e Sorel, scaltra giovane bohémien. Aggiungete un fine settimana nella campagna inglese e quattro ospiti (quasi) inaspettati.

È da qui che prende forma Hay Fever, la commedia del genio Noël Coward scritta nel 1924 e oggi in scena al Wyndham’s Theatre di Londra con due stelle, Christine Baranski e Richard E. Grant, a cui ho avuto la fortuna di assistere in una serata di inizio ottobre.

Dialoghi serrati, ironici, gestualità sceniche mascherate da bon ton e un continuo gioco tra rappresentazione e realtà: Baranski e Grant vestono i panni dei coniugi Bliss mentre gli stessi Bliss vivono la loro vita come in una pièce, di cui sono protagonisti.

Tra farsa e comedy of manners, il testo esplora con l’intelligenza satirica tipica della scrittura britannica il paradosso che si insinua tra cortesie borghesi ed eccentricità egoriferita, mettendo in scena una famiglia dove ogni gesto, conflitto o sentimento viene trasformato in un proprio personale melodramma.

E così un’estate passata da ospite del commediografo Hartley Manners e sua moglie Laurette Taylor, attrice, diventa per Coward l’ispirazione per i Bliss. Li ritroviamo trapiantati nel Berkshire, in una residenza dove i manifesti dei successi teatrali di Judith abitano le pareti, il divano e la poltrona diventano l’arena in cui le parole, misurate e taglienti, colpiscono uno dopo l’altro i quattro ospiti che ciascun membro della famiglia ha pensato di invitare all’insaputa degli altri.

Se la penna di Coward crea le condizioni perfette per due ore di puro godimento, il cast materializza magnificamente l’anima dei personaggi: sin dalla prima scena, Simon (Will Close, già vincitore di un Olivier come best supporting actor per Dear England) e Sorel (Ophelia Lovibond) incarnano i giovani borghesi bohémien, che inneggiano alla libertà di spirito e di costume dal loro salotto dorato, mentre Clara (la governante, interpretata da una strepitosa Jo McInnes) serve loro il tè e rassetta le stanze con la determinazione di chi ne ha viste così tante da non stupirsi più di nulla.

A dare volto agli sventurati ospiti dei Bliss un altro gruppo di interpreti di peso. Charles Edwards e Nancy Carroll rappresentano splendidamente due estremi portati all’esasperazione: il diplomatico di Edwards passa dal contrito imbarazzo all’ardore di un bacio rubato, mentre la spudorata attrice della Carroll, davanti all’esito forse troppo riuscito della propria sfacciataggine, riscopre un desiderio di ordine che sembrava non appartenerle.

Ash Hunter nei panni di Sandy e Lucy Karczewski (vincitrice del premio The Stage Debut Award come Best Performer in a Play) in quelli di Jackie completano il cast, dando corpo all’ingenua curiosità e alle belle speranze che si frantumano contro il muro dell’ego della famiglia.

Photo Credit: Hay Fever. (Photos by Marc Brenner)

A fare da padroni di casa e di scena, però, sono loro: Judith e David, o meglio Christine Baranski e Richard E. Grant.

Se Grant dà prova della sua sapiente capacità di stare in equilibrio tra eleganza e geniale follia del suo personaggio, soprattutto nella seconda parte dello spettacolo, completando il ritratto di una famiglia le cui relazioni si nutrono di adulazione reciproca, Baranski brilla dal primo all’ultimo minuto.

La sua Judith è un’attrice ormai lontana dal palcoscenico da troppo tempo per non continuare a cercarlo ovunque, costantemente sulla soglia del dolore esistenziale (o forse semplicemente noia borghese), avida di attenzioni e desiderosa di essere quella Judith Bliss che fu.

Sì, quella ritratta come un angelo sul sipario è Christine Baranski

Il ruolo della donna elegante, sofisticata e con una certa tendenza allo snobismo è da sempre uno dei suoi assi nella manica: dalla cougar di Mamma mia! all’austera Agnes van Rhijn di Gilded Age, per citare due dei suoi personaggi più riconoscibili al grande pubblico, Baranski ha dimostrato di avere quella classe quasi naturale per dare vita a figure di questo genere.

In Hay Fever la regia di Emily Burn asseconda perfettamente questa qualità, basta infatti il primo sguardo su di lei, mentre sul fondo della scena si prende cura dei fiori del suo giardino, per essere già dentro l’immaginario di Judith.

“This is a real showpiece for an actress, perfect for at my time of life because she feels that she’s getting old and she’s not quite ready to retire, and she has one more play in her…If this is my last play, it’s the perfect play to say OK, bye.” – Christine Baranksi, intervistata al podcast Table Manners

Da non dimenticare, inoltre, l’impressionante lavoro sull’accento. Baranski è infatti americana, di Buffalo, ed è lei stessa a raccontare, durante il podcast Table Manners, come, mentre era impegnata nelle riprese di Gilded Age, abbia lavorato al ruolo di Judith e all’allenamento di quello non è semplicemente British English ma Coward’s English.

Da sempre innamorata del teatro Shakespeariano, si è trovata così a dover trovare la misura tra il canone e l’interpretazione, in una pièce pensata per rimanere fedele alla sua storia e che, proprio per questo, riesce ancora oggi non soltanto a divertire, ma a suscitare quella particolare consapevolezza che nasce quando, in un testo degli anni Venti, riconosciamo improvvisamente i paradossi del nostro presente.

E un po’ come siamo abituati a fare oggi, dove la notizia del giorno assorbe completamente la nostra attenzione fino all’arrivo della battaglia successiva, dimenticandoci quasi quella di cui vestivamo la maglia ventiquattr’ore prima, anche i Bliss si ritrovano, la mattina seguente, intorno al tavolo della colazione come se nulla fosse accaduto. Tradimenti e rivelazioni sembrano dimenticati e così anche gli ospiti, che in punta di piedi cercano di fuggire da quella follia perfettamente travestita da buone maniere.

La splendida scenografia a chiusura dello spettacolo

A noi non ci rimangono che due ore che scorrono spensierate, ammaliati dal talento che abita il palco del Wyndham’s, mentre lentamente si insinua il dubbio che, in fondo, non siamo poi così diversi da Judith, David, Simon e Sorel. Cambiano i salotti, le convenzioni e i palcoscenici, ma il desiderio di essere protagonisti rimane intatto.

Dopotutto Coward l’aveva capito cent’anni prima dei nostri main character moments.

Photo Credit copertina: Hay Fever. (Photos by Marc Brenner)

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